Una vita con Rossini

Intervista cura della Dott.ssa Silvia Parmigiani di Tessa, consulente del passaggio generazionale.

Essere Società Benefit per Ascensori Rossini è creare connessioni che generano valore condiviso, che sappiano andare al di là del tempo e delle circostanze che le hanno generate. Al centro c’è sempre un incontro tra persone.

Ci sono incontri, poi, che intrecciano le vite per sempre. Presenze sulle quali si può contare perché il modo di fare è profondamente legato con il modo di essere. Questa è la storia che lega Ascensori Rossini a Giovanni Giordano. Per tutti, Giordy.

Per iniziare, raccontaci qualcosa di te…
Mi chiamo Giordy e ho lavorato come concessionario della Fiam, Fabbrica Italiana Ascensori e Montacarichi di Milano; sono arrivato lì tramite mio suocero, Bernabei, che oltre nella zona di Cuneo, ha lavorato un po’ dappertutto, anche in Africa ad Aden. Infatti mia moglie è nata a Asmara. Quando l’ho conosciuta, sono arrivato a Cuneo e da lì ho cominciato a fare ascensori. Quando la Fiam ci ha diviso la zona, io ho preso la zona di Mondovì, Prato Nevoso e tutta la Valle Bormida.

Quanti anni avevi quando hai iniziato?
Erano i primi anni ’70, avevo 22-23 anni; era l’anno prima che mi sposassi. Quando ho cominciato con gli ascensori, sapevo che c’erano delle cose che andavano su e giù e poco di più; poi ho fatto lo stage alla Fiam a Milano, ho preso il patentino prefettizio e ho iniziato a far parte di questo mondo. Ho conosciuto il papà di Luciano perché ci scambiavamo i verbali dell’ENPI, Ente Nazionale di Prevenzione degli Infortuni, che collaudava ed eseguiva le verifiche sugli ascensori per conto della Prefettura di Cuneo. All’epoca Ascensori Rossini era in un capannone piccolino al centro di Fiamenga, frazione di Vicoforte, ed è così che ho conosciuto anche Luciano e la sua Famiglia.

Si ricorda qualcosa di particolare del papà di Luciano?
Del papà di Luciano mi è rimasto impresso che era daltonico e mi diceva che, quando andava a segnare e a prendere il colore delle cabine, si faceva indicare quali erano, perché lui non conosceva il colore. Guardava il semaforo capiva se era giallo, verde o rosso se era acceso quello in alto o quello in mezzo o quello in basso. Era una persona bravissima, arrivava dalla Sabiem Ascensori. Quando è mancato, Luciano ha dovuto smettere di studiare Ingegneria e, in quanto figlio maggiore, ha dovuto tirarsi su le maniche e iniziare a lavorare. Passato il primo momento difficile, si è iniziato a collaborare, io lo supportavo nelle riparazioni e nei piccoli interventi mentre ricevevo aiuto soprattutto per le ristrutturazioni più pesanti. Quante volte ci siamo ritrovati a mezzanotte a mangiare a casa sua perché eravamo stati insieme a collaudare degli impianti fino a tardi la sera! Poi dopo abbiamo fatto tutti gli impianti elettrici di casa sua e della nuova sede, il sabato e domenica ero con lui per dargli una mano per farli funzionare.

Come hai conosciuto Luciano?
Luciano l’ho conosciuto in un modo un po’ particolare, perché il papà stava facendo la casa nuova, io sono arrivato per consegnargli dei verbali, mi ha fatto vedere la casa e giù in cortile c’era un ragazzotto che stava armeggiando sul motorino. Attilio mi dice “Ah quello lì è Luciano, mio figlio” e gli dice “Luciano, saluta Giordano”. Luciano si gira, mi dice “Buongiorno”, e si mette di nuovo al lavoro sul motorino. “È un testone…” sottolinea Attilio. Il primo incontro con Luciano è andato così, poi è diventata una grande amicizia, siamo diventati quasi di famiglia: ho fatto da padrino alle cresime e alle comunioni dei figli e li ho aiutati con le guide per la patente.
E oggi sono il loro tuttofare!

C’è qualcosa che pensa di aver insegnato o trasmesso, pensando a quegli anni, a Luciano?
Beh, sì, gli ho insegnato ad avere a che fare con i clienti, perché lui era piuttosto chiuso e non dava molta corda agli amministratori: dovevo parlare io perché lui, dopo due parole, chiudeva il discorso. Mi ricordo bene un episodio a Cairo Montenotte, il cliente continuava a chiedere a me perché Luciano guardava l’ascensore, concentrato su quello, e non diceva nulla. Un po’ come la prima volta che ci siamo conosciuti: era così preso dal motorino che il papà gli ha dovuto fare una testa parei (ndr. “così” in dialetto piemontese) per farmi salutare!

E come mai adesso è qua?
E sono qua perché ho lasciato tutti gli impianti a lui, meno quelli di Cuneo, perché quando è mancato mio suocero ho avuto dei problemi. Ho diviso la zona che avevo e ho fatto diventare concessionari i due operai di Cuneo: a uno la zona verso Limone Piemonte e all’altro verso Dronero. Mi sono ritirato perché non ce la facevo più da solo. Avevo uno zio, anche lui negli ascensori, operaio alla Schindler, multinazionale svizzera, e quando è mancato mio suocero gli ho proposto di lavorare insieme ma dopo un anno mi ha detto di non voler proseguire. Io non ce l’avrei fatta da solo allora ho iniziato la collaborazione con Ascensori Rossini e quando sono andato in pensione, nel 2005 gli ho lasciato tutta la zona. Sono stato ancora loro collaboratore per 4 anni, per fare un passaggio graduale, per mantenere il buon rapporto con i clienti e con gli amministratori. E così è andata, sono riuscito a proseguire inalterate le buone relazioni.

C’è qualche altra avventura particolare che avete vissuto insieme?
Abbiamo fatto diverse avventure in auto insieme; di solito guidava Luciano, gli piaceva andare forte e più di una volta ci hanno fermato le Autorità. Ce la siamo sempre cavata perché, in un modo o nell’altro, con la mia parlantina, riuscivo a tirarci fuori dagli impicci. Come quella volta che, parlando con una forza dell’ordine che ci aveva fermato, gli dico che siamo di Vicoforte e gli chiedo se sa chi fosse il maresciallo e che io conoscevo bene. Scoprimmo così che si trattava di suo zio! E poi ci sono i viaggi in Germania, per la fiera internazionale degli ascensori, dove andavamo a vedere le novità: le fotocellule, ad esempio, le abbiamo viste per la prima volta lì. E lì c’era anche l’Oktoberfest, la festa della birra, però! O anche quella volta della Volvo nuova: un giorno mi passa a prendere per andare a fare una commissione a Mondovì, mi siedo sul posto passeggero e a un certo punto inizio a sentire un caldo incredibile, perché aveva acceso a mia insaputa il riscaldamento del sedile. Non avevo capito che il calore venisse dal sedile, pensavo fosse dovuto alla mia agitazione per la velocità alla quale stava andando Luciano!

Cosa le fa venire voglia di essere qui ancora adesso, di andare in giro?
A me piace girare, ho girato dappertutto… Perché dovrei restare a casa? A parte prendermi cura dei due gatti che ho in magazzino, riscaldato, non avrei nient’altro di cui occuparmi; così continuo a fare le cose che mi piacciono, che sono la mia vita: gli operai quando hanno bisogno si rivolgono a me… insomma faccio il tappabuchi: vado a comprare da mangiare, vado in farmacia, faccio un po’ di tutto: anche la benzina! Una volta Luciano è rimasto a piedi a Salmour, perché non aveva fatto in tempo a fare benzina. E quindi chi è andato a recuperarlo con la tanica della benzina? Naturalmente il sottoscritto!

Ci racconti un po’ degli ascensori: che cos’è per te un ascensore?
Per me è la tecnologia, che è la mia seconda passione. La prima è il calcio: se vai a Cossano Belbo trovi la mia faccia su un quadro di 4 metri per 5 di quando giocavo a pallone. Mio papà aveva un’impresa di costruzioni, tra mio nonno e mio papà hanno costruito tutta Cossano; forse il gusto di mettere le mani sulle cose mi viene da qui. Farle funzionare e migliorarle, mi è sempre piaciuto, fin da ragazzino: quando dovevo aggiustare la mia Vespa, mi facevo dire dal mio padrino che aveva un’officina meccanica cosa dovevo fare e me la aggiustavo da solo. Se ce l’avessi ancora quella Vespa là, avrei fatto dei bei soldi: mio papà me l’ha buttata via, mentre ero a Torino a lavorare, perché andavo in giro senza assicurazione, senza casco ovviamente, senza niente, e aveva paura che mi facessi male.

Che cosa le piace di questo mestiere?
È vario, c’è la parte meccanica, quella elettrica, l’idraulica. I primi impianti idraulici li ho fatti alle vetrerie di Cuneo, con il motore fuori dalla centralina, adesso invece è messo tutto dentro. E dal sistema elettromeccanico si è passati poi all’elettronica e il ritmo del cambiamento si è accelerato: la meccanica è sempre quella, però tutta la tecnologia è cambiata. Una volta andavi a riparare gli ascensori con un cacciavite e una pinza, adesso se non hai la scheda con te o se hai guasta la scheda e non la ripari non funziona niente. Una volta andavo in giro a riparare gli ascensori con la 500 e più delle volte si riusciva a ripararli se non era bruciato il motore. Adesso se non si va con un furgone attrezzato e fornito di tutti i componenti possibili, rischi di fare viaggi a vuoto. Devi avere tutto con te.

Qual è la cosa più bella di un ascensore?
La più bella era quando andavi a montare l’impianto e poi lo facevi funzionare: schiacciavi i pulsanti e si muoveva tranquillamente: primo, secondo, terzo piano. Era bello vedere una cosa che funzionava così. Quando ho montato la prima scala mobile, a Mondovì, nel piazzale, la gente è andata a vedere quella cosa strana che ti portava fino sopra e ti lasciava lì. Guardava l’impianto come se avesse visto chissà cosa! Il bello era quello.

Qual è l’impianto o il lavoro che ti ha dato più soddisfazione?
Il più tecnologico è stato quello di San Giacomo di Roburent, in un edificio che chiamano Il Grattacelo, un duplex (ndr. “duplex” = sistema di gestione e controllo di una coppia di ascensori). L’innovazione era anche un sistema di riporto al piano di emergenza: se si fermava l’impianto per mancanza di corrente, magari con una persona chiusa nell’ascensore, dopo una decina di secondi la riportava al piano, grazie a delle batterie ausiliari che facevano funzionare un motorino di fianco a tutto l’argano. Però era fondamentale che non venisse toccato nulla. Tutti andavano a vederlo quell’impianto. E ancora oggi seppur modificato ed aggiornato, sta ancora funzionando con un sistema simile. Poi ci sono i bestioni grossi, come per l’ospedale di Cuneo: erano talmente di grandi dimensioni che arrivavano coi tir direttamente da Milano per portarmi il materiale. Quelli erano impianti con motore di trazione a corrente continua, in modo che ti portavano al piano, molto lentamente e dolcemente senza scatti tra l’alta e la bassa velocità per rendere più agevole il viaggio e gli spostamenti delle persone sulle barelle. (ndr. primi impianti a velocità progressiva in accelerazione e decelerazione con un buon confort di viaggio e una maggiore precisione della fermata).

In base alla tua esperienza, cosa ci vuole per far bene questo mestiere?
La passione, prima di tutto, è la prima cosa; la più importante perché sennò pianti subito tutto. L’ho visto accadere tante volte con gli operai che venivano da me: dopo che gli avevo insegnato a fare gli ascensori, chi andava all’Enel, chi alla SIP, perché era un lavoro più sicuro anche se non stimolante come gli ascensori, infatti alcuni avrebbero voluto tornare. Però non li ho presi più perché nel frattempo gli impianti erano diventati più tecnologici: se trovavamo qualcuno che aveva competenze sia nella parte idraulica, sia nella parte elettrica, sia nella parte meccanica, e sapevano mettere le mani un po’ su tutto li prendevamo. E poi bisogna avere a cuore la cabina, quella cosa che arriva e va su e giù.

Cos’altro serve per questo mestiere?
Conoscere tutti gli inquilini, la gente per poter gestire al meglio le cose e avere sotto controllo la situazione. Io con i condomini facevo quasi amicizia: ci sono persone che mi telefonano ancora adesso per sapere come sto. Quando avevano bisogno di qualcosa, c’ero sempre. In qualsiasi momento chiamassero, lasciavo tutto e andavo subito a mettergli a posto l’ascensore e quando avevo finito il lavoro capitava spesso che mi invitassero a prendere il caffè. Si creava un rapporto quasi familiare. Il primo telefono mobile, che al tempo mi era costato due milioni e settecentomila lire ed era molto ingombrante, l’ho preso proprio per poter essere sempre raggiungibile ed essere chiamato anche se mi trovavo in giro. Le prime volte quando mi presentavo poco dopo che avevano chiamato restavano scioccati, non riuscivano a capire come fosse possibile e allora aprivo la mia borsa a tracolla, facevo vedere quell’oggetto diabolico e componevo il numero per fargli vedere che era tutto vero. Era una scena divertente anche quando andavo su un cantiere e mi capitava di lasciarlo in macchina: mi chiamavano sul cellulare e vedevi che tutti si giravano a guardare una macchina che suonava da sola.

Il suo legame con la Ascensore Rossini c’è da più di 40 anni: che cosa ha reso possibile questa amicizia, questa collaborazione così duratura?
Perché io sono disponibile e si è creata questa amicizia dove per qualsiasi cosa avesse bisogno lui, io c’ero, e viceversa. Nessuno di noi due si è mai tirato indietro. E poi dopo l’inizio della collaborazione, conoscendoci meglio, si è formato un legame ancora più forte con Luciano e poi tutta la famiglia, tanto che sono il padrino di due suoi figli.

E qual è l’insegnamento più grande che lei ha ricevuto dal lavoro?
Non è che fai il lavoro e quando è finito vai a casa. È un lavoro che ti richiede di essere sempre pronto a muoverti, ad intervenire e a essere reperibile. E poi mi ha insegnato ad avere a che fare con le persone.

Pensando al futuro, che consiglio darebbe ad un ragazzo che oggi inizia a fare questo mestiere?
Prima di tutto di metterci passione come in tutte le cose, la disponibilità e la voglia di imparare. Perché oggiun ascensore è una soluzione molto complessa che richiede tante competenze in ambiti diversi: meccanica, elettrica, elettronica che sono in continuo cambiamento. E poi l’educazione e il rispetto per le persone e per le cose.

E pensando ad Ascensori Rossini come azienda, che consiglio darebbe per il futuro?
Consigli non so, io sono qui per dare una mano oggi come 40 anni fa prima a Luciano da solo e oggi anche ai figli. È stato bello per me vedere entrare in Rossini a uno a uno Valentina, Danilo, Alice e Mattia, che ho visto crescere.

C’è qualche sogno che vorrebbe realizzare in questi prossimi vent’anni?
Vabbè, i prossimi vent’anni magari no: ora ne ho 75 tra 20 sono 95 anni. Diciamo che il mio obiettivo per prossimo futuro è farmi rinnovare la patente fra due anni, perché senza macchina una persona è tagliata fuori, anche se so che se avessi bisogno qualcuno dei Rossini ci sarebbe.

Perché Giordy?
Perché sono Giovanni Giordano, hanno tagliato il cognome ed è diventato il mio nome. Tanto che una volta che avevo lasciato il telefonino in ufficio mi hanno messo la canzone di Fabrizio De André “Geordie” quella che dice: “impiccheranno Geordie con una corda d’oro. Rubò tre cervi nel parco del re. Vendendoli per denaro.”

Anche se io non potrei mai fare del male a nessuno, cervi compresi.